Rivista specialistica sul podismo

Interviste, articoli tecnici, classifiche, foto, calendari podistici: questo e molto di più è Runners e Benessere, il mensile che dal 2003 accompagnata i podisti toscani e non solo nel loro sport preferito. E, per chi non si accontenta della carta, tanti approfondimenti anche sul sito www.runners.it e su Toscana Tv nella trasmissione Atletica e Podismo in Toscana, in onda ogni giovedì sera alle 22,20 sul canale 18 del digitale terrestre. Un punto di riferimento per gli appassionati di running e per gli organizzatori di manifestazioni podistiche, grazie anche ai servizi di speakeraggio, riprese video e comunicati stampa. Per saperne di più: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Gli anni ’80 furono senza dubbio il periodo in cui la validità dello stretching come complemento dell’allenamento nello sport in generale e, nel running in particolare, raggiunse il suo massimo splendore. Si passò dalla pratica dello stretching balistico, che si basava nell’esecuzione di una serie di rimbalzi, all’uso dello stretching statico. Fu il libro di Bob Anderson, uscito nel 1982 al prezzo di 13.500 lire, a fare questa autentica rivoluzione nel modo di intendere e praticare l’allungamento muscolare e tendineo. Da sempre attento alle novità provenienti dalla metodologia dell’allenamento, cominciai a praticare il nuovo metodo di stretching prima su me stesso e poi ai miei corridori più forti. Praticare stretching diventò piano piano, un modo di socializzare a fine allenamento. Il tenere la posizione per 30”/40” dava senza dubbio sollievo. Passarono un po’ di anni e, a causa anche di vicissitudini personali legate allo stretching che non sto a raccontarvi, andai un po’ in crisi. In pratica cominciai a essere sempre meno convinto della sua efficacia. Fra il 1999 e il 2000 consigliai ai miei allievi più forti di smettere di fare stretching per vedere cosa sarebbe accaduto. Si stupirono del mio cambio di atteggiamento, ma mi seguirono. Non notai nessuna differenza di rilievo fra fare e non fare stretching.

Il cuore è un muscolo e una miniera di viaggi emozionali, ma anche un perfetto indicatore delle attività fisiche. Scoprirlo significa addentrarci verso una maggior consapevolezza delle nostre qualità. Per percepirlo nel suo vivere abbiamo bisogno di un semplice strumento ormai alla portata di tutti che consente di monitorare la frequenza con cui il nostro cuore batte: il cardiofrequenzimetro. 

È ovvia l’importanza del cuore come rilevatore dello stato istantaneo del nostro corpo: misurando il numero di battiti possiamo capire quanta fatica stiamo affrontando e soprattutto gli effetti che questo sforzo produrrà sul nostro organismo. 

Di solito consiste in un orologio da polso, che quasi sempre incorpora altre funzioni tipiche di un orologio per lo sport, e una fascia senza fili da indossare a contatto con la pelle intorno al torace. I display dei cardiofrequenzimetri sono di solito abbastanza grandi per dare una indicazione immediata della frequenza cardiaca istantanea nelle condizioni di utilizzo in cui si trova normalmente uno sportivo (si pensi a un podista che deve leggere l’orologio mentre corre o a un ciclista). 

I lavori basati sui 1.000 metri sono tra i più efficaci per correre davvero forte.

Scoprine i segreti.

Parli di prove ripetute e subito ti vengono in mente quelle sui 1.000 metri. Ed è normale che sia così, perché la distanza del chilometro è una delle più utilizzate negli allenamenti di tutti i corridori, anche di quelli più forti. Ma ti sei mai chiesto il perché e, soprattutto, sei sicuro di conoscere le migliori “formule” degli allenamenti basati sui mille?

Perché proprio i mille

Nel gergo si usa dire “devo fare i mille” intendendo di dover correre un allenamento che prevede la ripetizione di tratti di 1.000 m a una determinata velocità e con un determinato tipo di recupero.

Molti atleti, professionisti e non, ancora ignorano tutti i fattori che causano l’affaticamento. Quella sensazione che nel gergo sportivo è chiamata “il muro” e che può indurre a rendere il traguardo una meta difficile, se non impossibile, da raggiungere.

Diversi studi hanno indicato la disidratazione e la deplezione di carboidrati come le cause principali della stanchezza indotta dall’esercizio, cosa che risulta vera in una certa misura.

Quasi tutti gli atleti di resistenza sanno di poter prolungare la loro attività adottando la pratica del carico glicidico prima di una lunga seduta di allenamento o di una competizione sportiva. È nota anche l’importanza di bere liquidi prima e durante l’attività per prevenire la disidratazione e i colpi di calore.

Tuttavia molti atleti, professionisti e non, ancora ignorano tutti i fattori che provocano la stanchezza muscolare, tra cui la deplezione delle fonti energetiche dei muscoli, l’abbassamento dei livelli di glucosio nel sangue, che sono i più frequenti, come pure l’aumento di acido lattico e la stanchezza centrale.

L’aria inizia a farsi più frizzantina, le giornate si accorciano, intorno a noi cambiano gli odori, i colori e il sole estivo lascia definitivamente il posto alle prime piogge autunnali.

Nel passaggio dai mesi estivi a quelli invernali, capita di sentirsi un po’stanchi, responsabili la diminuzione delle ore di luce: i raggi solari favoriscono, da parte del nostro sistema nervoso, la produzione di serotonina, un neurotrasmettitore che controlla l'umore e la produzione della melatonina, quindi quando il bel tempo lascia il posto alla pioggia anche il nostro umore ne può risentire. Quindi qualche accorgimento ed il consumo di alcuni cibi particolari è proprio il caso di seguirlo

Prima regola: privilegiare i prodotti di stagione, come ad esempio: